Un viaggio tra i sapori della sagra di Bagnoli Irpino

pubblicato su Selacapo.net

Quando viaggiamo in Europa cerchiamo eccellenze, particolarità, sapori e unicità che spesso sono a portata di mano, anzi in Italia spesso i sapori sono sotto casa. E in questo senso l’Irpinia è un’eccellenza di sapori e ritornare ogni anno a Bagnoli Irpino diventa quasi un obbligo per questa rubrica. Qui l’ottimo mix di profumi, sapori e splendido centro storico si ritrovano uniti ogni anno nella ormai rinomata Sagra della Castagna e del Tartufo nero.

Bagnoli è un paesino Irpino capace di attirare, grazie ai suoi sapori e ai suoi profumi, migliaia di visitatori nel freddo riscaldato dalle caldarroste più buone d’Italia.

Si presenta agli occhi piccolo raccolto e unico mentre scendi nel centro, inoltrandoti nei fumi e nei canti tipici di questa sagra dei sapori irpini. L’assaggio della specialità locale è gratuito. La castagna sbucciata ti si scioglie in bocca e ti lascia per un secondo impietrito a pensare, non solo che è calda, ma che è come una caramella servita in un cono di carta, da mani coperte da guanti.
E allora il freddo non c’è più e sei pronto a inoltrati nelle piccole strade dell’ottimo borgo a dispetto dei gradi che a ottobre qui sono davvero pochi.
Tra le locande che in questa occasione aprono ci trovi tutto ciò che questa terra offre: deliziosi e profumati piatti, bagnati da un ottimo vino. La castagna e il tartufo sono ovviamente i padroni, insieme all’ambiente suggestivo che qui viene creato ad hoc.
Le strade strette e impregnate di profumo e musica ti portano incuriosito a scoprire questo piccolo borgo, arrivando a sfociare in una piazza curata e accogliente sovrastata da un grande orologio che ricorda le più famose città del nord Europa. Anche se sei a Bagnoli Irpino.
La tradizione e tutta la storia di questo borgo sono incastonate e rappresentate da un grande particolare di questo centro, un albero che vive in una torre, ne assorbe la storia e i racconti fatti a suoi piedi, gli amori e chiaramente i sapori che si sono succeduti  nel tempo. Come per confermare che tutto si può fare, anche sopravvivere senza essere del tutto normali.

Questo albero protegge Bagnoli e tutti lo vedono come un padre, un simbolo di forza e coraggio che  i bagnolesi 

conservano gelosi. Un po’ come la sagra che vive in un’atmosfera magica, di una forza che sta nei suoi organizzatori, nei suoi prodotti e nelle tradizioni che senti sulla tua pelle mentre passeggi nelle strade.
Il paese è un gioiello di case custodite per bene, di porticati e pietre particolari, insegne gelose del passato dove castagna e tartufo ci vivono a pennello. Qui tutto ti ricorda le caratteristiche irpine, dai colori marroni ai profumi dei prodotti che in questi giorni danno il meglio di se.
Ti sembra di essere sospeso tra i vicoli a girare tra qualche edificio storico che il terremoto ci ha gentilmente concesso. Della torre protettiva e il castello Normanno, ad esempio, si può vedere la forza, della Chiesa dell’Assunta la fede del suo giallo imponente, nelle fontane presenti la l’importanza dell’acqua Irpinia.
Ma di questo paese le particolarità che senti nell’aria, le vedi tutte concentrate in questa sagra di ottobre, dove questa grande famiglia pensa a promuovere il suo credo turistico, fatto di colori e sapori legati alla storia che ogni anno riesce a crescere intorno ad un evento che riassume tutta il meglio di un popolo.
Qui c’è l’Irpinia che vive, quella che sulle sue caratteristiche principali vuole puntare.

Il progetto turistico di Caposele e la spesa pubblica

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Gli investimenti pubblici per lo sviluppo turistico di una località sono sempre necessari e la crescita turistica passa necessariamente da essi. Soprattutto in fase di start-up di un nuovo progetto, l’intervento del pubblico è fondamentale.
Allo stesso tempo però è necessario valutare anche l’entità di questi investimenti e la qualità degli stessi. Questo perché quando si usano soldi pubblici in iniziative di questo tipo la ricaduta in termini di economia e occupazione per la comunità nella quale si opera devono essere visibili e tangibili. Altrimenti gli investimenti fatti restano intangibili, visto che parliamo sopratutto di servizi. Se poi questi investimenti sono ingenti e svolti in un arco di tempo molto breve, la questione diventa ancora più importante. Allora è chiaro che una valutazione costi benefici degli stessi e un’attenta analisi delle modalità con le quali questi investimenti sono stati fatti si rende necessaria e delle osservazioni vanno fatte.
Quanto sta avvenendo nel Comune di Caposele nell’ambito delle politiche di sviluppo turistico è un esempio. Nell’ultimo anno una serie di interventi, di spese e di iniziative dell’Amministrazione Comunale hanno visto una importante sterzata in termini di attività in questo settore. I primi costi sostenuti si sono avuti per l’esproprio dei terreni relativi alla realizzazione del parco “Oasi della

Madonnina”, oggi purtroppo abbandonato e non inserito tra le risorse da visitare, e nemmeno sembra vi sia un progetto in futuro per questo. Poi gli investimenti per l’allestimento del Museo di Leonardo che è costato alla Comunità circa 15mila euro, scelta ineccepibile.

Successivamente le azioni hanno visto la formazione di operatori del settore coinvolgendo molti giovani del Comune nel corso di Guida Turistica Locale a costo zero, visto che sono stati coinvolti a titolo gratuito vari professionisti del settore che non hanno percepito compensi (compreso il sottoscritto). Il corso ha scatenato numerose, giuste polemiche tra le guide professionali munite di tesserino che hanno sostenuto un difficile esame abilitativo alla Regione Campania. I ragazzi infatti, esercitavano ed esercitano la professione, seppur volontariamente, in maniera abusiva, avallati dall’istituzione.
In seguito investimenti importanti si sono visti per cartellonistica, materiale promozionale, attività sul web e per l’affitto di una navetta turistica per quattro giorni nel mese di ottobre, al fine di trasportare turisti da Materdomini, il centro turistico importante del Comune, a Caposele, sede di varie, nuove attrattive. Le spese sostenute sono state pari a 2664 euro per il materiale promozionale e 2530 euro per la navetta per quattro giorni di prova. Un’iniziativa lodevole e sperimentale a totale carico del pubblico ma che prevedeva anche il pagamento di un biglietto pari a 3 euro. E già qui sorgono i primi dubbi: chi ha intascato questi soldi visto che non sono serviti per pagare la navetta?

Il problema quindi non è la bontà delle iniziative, anche perché il sol fatto di averle avviate è elemento di vanto, ma le dubbie modalità con le quali tali attività vengono svolte e la qualità delle azioni avviate rapportate ai costi, che forse potevano essere migliori.
L’impressione è che alla base non ci sia un’idea e un progetto di quello che si vuole fare in futuro, ma semplicemente un insieme disordinato di iniziative che non hanno un unico obiettivo, che se c’è comunque non è chiaro. Gli investimenti in campo turistico, invece, vanno fatti con una seria, logica e programmata idea di sviluppo alla base, con chiari modelli di riferimento a cui approcciarsi, con azioni che vanno programmate e interventi che vanno collegati in un disegno unico.
Il problema che pongo quindi è proprio questo: gli investimenti fatti sono frutto di un progetto preciso oppure sono mere attività sporadiche volte a creare illusioni in giovani che, ignari, possono andare incontro a problemi relativi a delle attività a limite della legalità? I quasi 50mila euro spesi in questi anni sono stati spesi in maniera ottimale oppure era il caso di investire maggiormente sulla frazione di Materdomini dove gli interventi fatti sono stati minimi e i flussi turistici degli ultimi anni hanno visto un notevole decremento delle presenze? Perché non si è lavorato sulla promozione di Materdomini e Caposele lavorando con azioni che potessero andare anche oltre i confini comunali? L’economia di Caposele centro ha avuto dei benefici da questi investimenti? Oppure a beneficiarne sono stati solo pochi direttamente interessati alle attività svolte pompate dai soldi pubblici?
Non era il caso di favorire la costituzione di un organismo che gestisse le strutture turistiche e la promozione del territorio, che incentivasse gli interventi sulla frazione di Materdomini e che accompagnasse il Comune nella definizione di un disegno turistico comune? Il tutto magari coinvolgendo e favorendo l’inserimento e la creazione di partnership con i privati del settore? Un organismo che con i giusti professionisti poteva accompagnare i ragazzi in un percorso di legalità professionale e di gestione corretta di tutto il sistema turistico comunale, che reinvestisse i soldi ricavati da tale attività nel mantenimento dell’integrità delle opere e degli spazi pubblici, senza destare sospetti sul flusso di denaro che non si sa dove va a finire?
Forse non era meglio puntare a potenziare il turismo di Materdomini e costruire di riflesso un progetto a lungo termine per il centro di Caposele; un progetto che incentivasse anche la costituzione di aziende private, che offrissero servizi turistici, dato che un ente pubblico non può gestire direttamente un’attività economica? Attivare azioni per far capire ai giovani che devono credere nelle attività e nei servizi turistici, accompagnandoli nello sviluppo delle loro idee?
Il turismo richiede questo, cooperazione pubblico/privato, professionalità, mentalità, progettualità e anche investimenti pubblici, magari canalizzati verso un unico obiettivo e che si ispirino alla legalità.

Turismo e sviluppo. «L’albergo diffuso», Quaglietta per incominciare.

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Sabato a Calabritto si è iniziato a parlare di un termine molto utilizzato nel Nord e Centro Italia, in un convegno dal titolo “L’Albergo diffuso” a cui erano presenti notevoli relatori ed esperti in materia turistica. Tutto perchè il Borgo di Quaglietta, che sta per essere completamente ristrutturato, sotto differenti punti di vista presenta le caratteristiche per diventare un albergo diffuso importante per tutte le aree interne dell’Irpinia, con una capacità ricettiva di circa 100 posti letto e degli elementi strutturali che ben si prestano a questa tipologia di attività.

Queste strutture non sono una novità, ma una realtà consolidata già presente e funzionante in Friuli, Umbria e nelle Marche, spesso inserite in borghi spopolati. Ma cos’è un albergo diffuso?Giancarlo Dall’Ara, professore espertissimo della materia, lo definisce «un esercizio ricettivo situato in un centro storico caratterizzato da una comunità viva, dislocato in più stabili vicini tra di loro, con gestione unitaria in grado di offrire servizi alberghieri a tutti gli ospiti». Quindi un ristretto numero di case distanti tra di loro pochi metri, magari in un bel borgo, con tutti i servizi offerti da un albergo, ma con una differenza: la gestione dei servizi stessi deve essere dei cittadini, quasi come se un paese ospitasse un amico.

Nella sala del convegno si è parlato delle caratteristiche necessarie per rendere un borgo un albergo diffuso di successo. Tralasciando le caratteristiche tecniche e architettoniche che a Quaglietta e in altri luoghi irpini ci sono tutte, i relatori hanno sottolineato che l’elemento principale che rende un albergo diffuso eccellente è il concetto di accoglienza fortemente legata al territorio, dove tutti si prodigano per fornire gli stessi servizi di un albergo all’interno di un paese. Dove tutto richiama al territorio, dal caffè al pranzo, all’arredamento, fino alle chiacchiere scambiate in piazza.  L’albergo diffuso, infatti, è proprio una struttura complessa che ingloba al suo interno non solo i servizi di pernottamento, ma anche l’insieme dei servizi che il singolo cittadino residente usufruisce quotidianamente, dal bar all’edicola, a tutti i luoghi pubblici del paese.

Allora la difficoltà di gestire un “turista da albergo diffuso” è molto alta. Questo perché gli ospiti di questa tipologia di strutture non cercano elementi di grande attrattività (come il Colosseo ad esempio), ma vogliono un’esperienza diversa che gli permetta di vivere a pieno una località, vogliono fare esperienza del luogo, essere quasi dei residenti e trattati come tali. Un albergo diffuso deve essere quindi capace di trasmettere questo, di essere albergo e casa, dove da un lato i servizi di un albergo non sono negati, quali colazione in camera, ristorazione, pulizia ecc, e dall’altro sono presenti tutta una serie di servizi che la comunità offre al turista insieme al residente.

La piazza di Quaglietta

Ed è proprio questa la difficoltà: il territorio va coinvolto attraverso una serie di azioni che lo rendano consapevole di questo. Va creata una cultura dell’accoglienza che non faccia vedere il turista come un turista, ma come un residente appunto. 

E l’Irpinia può essere maestra in questo, Quaglietta e il suo Borgo anche. Siamo una terra che presenta tutte le caratteristiche necessarie allo sviluppo di questa tipologia di attività non solo a Quaglietta. Siamo territori martoriati dal fenomeno dell’emigrazione dove nel post terremoto c’è  stata una ricostruzione che ha portato alla realizzazione di numerose strutture, che oggi sono vuote e spesso di proprietà comunale, in tanti paesi e tanti centri storici. Riconvertirle a camere di albergo non sarebbe difficile. Abbiamo tanti borghi splendidamente ricostruiti, fruibili e unici. Inoltre siamo un popolo con l’innata capacità di accogliere e far sentire a proprio agio chiunque, che facilmente sarebbe capace di integrare questa tipologia di turista rurale. E allora Caposele, Rocca San Felice, Sant’Angelo dei Lombardi, Gesualdo, Torella dei Lombardi, Castelvetere, Volturara, Bagnoli Irpino, Bisaccia, e tanti altri, potrebbero essere tanti alberghi diffusi, alcuni lo sono già. Magari una rete di alberghi diffusi irpini.

Ma ritornando a Quaglietta e al suo Borgo, durante l’incontro l’Amministrazione Comunale si poneva il problema della gestione della struttura che indubbiamente è complessa. Ci si chiedeva se affidarla a mani di imprenditori esperti con esperienza alle spalle, o magari a giovani del posto. Il sindaco poneva proprio questa questione e cercava soluzioni tra i relatori, i quali non hanno dato una soluzione diretta e tecnica al problema, ma hanno sottolineato e fatto intendere com’è fondamentale che la gestione resti al territorio, per evitare che la comunità si senta sottratta di un proprio bene e che quindi venga meno l’elemento fondante di un albergo diffuso, quale il legame con il territorio. E quanto sia allo stesso tempo importante affidarlo anche a chi della materia ne conosce i segreti.

E allora non è difficile capire che quando ci sarà il bando di gara ogni tipo di clientilismo dovrà essere lasciato a casa e che le comunità di Quaglietta e Calabritto dovranno essere coinvolte, ma anche che a capo ci dovrà essere una persona che non è del posto ma che sia però irpino. La migliore soluzione dovrà prevedere sicuramente una regolamentazione del rapporto pubblico-privato ottimale, con l’individuazione di una serie di paletti che limitino lo sfruttamento incontrollato del Borgo da parte di chi per sua natura punta al profitto. La forma della cooperativa formata da giovani del posto che conoscono tradizioni e territorio sembra quindi l’ideale, con all’interno alcune professionalità, esperienze e studi nel settore che necessariamente dovranno esserci.  L’organismo gestore dove impegnarsi a instaurare degli accordi commerciali con tour operator che operano in questo ramo e creare una serie di pacchetti turistici che includano prodotti tipici e esperienze vere, luoghi e visite non solo a Quaglietta, ma ovviamente in tutto il territorio irpino.

L’appoggio delle istituzioni dovrà necessariamente esserci a prescindere dal colore politico. Questo perchè la manutenzione per i primi anni non potrà essere a carico completo del gestore e tutti i servizi pubblici di decoro e pulizia dell’urbano dovranno essere curati al meglio. Per garantire programmazione l’affidamento non dovrebbe essere inferiore ad un periodo di almeno 10 anni e non dovrà prevedere canoni di affitto, anzi agevolazioni per chi volesse insieme al gestore, entrare nel Borgo per inserire un’attività tipiche del luogo (es. locali gratuiti). In seguito alla fase di avviamento, un diritto di prelazione sulla gestione dovrà necessariamente essere previsto al vecchio gestore in fase di scadenza. Nessun privato altrimenti farebbe offerte per gestire un qualcosa su cui non poter programmare. Il concetto di programmazione infatti è centrale. Chi vorrà aspirare a gestire un progetto di questo tipo dovrà avere ben chiaro in mente cosa vuole fare e dove vuole arrivare.

Quindi, aldilà degli aspetti meramente tecnici e di forma, dovrà esserci anche la presentazione di un business plan e di una progettazione che individui l’insieme delle azioni che il gestore vorrà attuare nel borgo e nella comunità. In tal modo il pubblico potrà valutare costantemente i progressi e gli step da seguire e confrontare i risultati previsti con quelli ottenuti nel tempo. Si dovrà capire bene dal progetto o dal business plan cosa il gestore vorrà fare della struttura nei successivi dieci o venti anni. La promozione dovrà essere affidata completamente al gestore, che insieme con la Proloco potrà creare le opportune attività di promozione dei prodotti tipici e tutte le idonee azioni di marketing sull’intero territorio irpino. Infine, fin da subito, la popolazione dovrà essere coinvolta, formata e informata dall’opportunità che ha, delle potenzialità e delle energie necessarie affinché il Borgo possa essere il centro della vita di Quaglietta e dell’Irpinia con l’obiettivo di creare per il turista un ambiente reale e non finto che lo faccia sentire a casa ed in una grande famiglia. Perché chi va in un albergo diffuso cerca proprio questo, lontano dalla logica e il mito dei grandi numeri, che non sempre portano vantaggi e redditività come spesso si crede.

La valigia, i Sogni, un biglietto per restare


Quando ero piccolo sognavo di diventare grande, senza pensare che nello scorrere della vita questo sogno si sarebbe invertito.

Una vita piena di sogni la mia. Quando ripenso alla mia infanzia infatti, mi accorgo che i miei sogni erano tanti, ma semplici: potermi comprare un super santos, completare l’album della Panini, fare la gita scolastica di fine anno a Pompei.

Sognavo con i miei amici in maniera innocente di potermi comprare le scarpe nuove della Lotto, quelle che la mamma poi non ti faceva mettere per andare a giocare a pallone nel parcheggio. Il mio sogno nel classico tema delle scuole elementari poi, quello del «che vuoi fare da grande», era solo di diventare forte e bravo come mio padre, di poterlo emulare nel suo modo di fare e nel mestiere che ritenevo già di conoscere, ma che dicevo di non riuscire a fare solo perché non ne avevo la sua stessa forza fisica.
Quel mestiere, il suo, che mi ha dato poi tanti sogni e me li ha anche realizzati.

Sognavo a 17 anni di poter sapere tutto, di studiare e viaggiare, di vedere gente e incontrare popoli, di assaggiare cibi strani e pensavo di poter fare un mestiere che mettesse insieme queste cose. Sognavo però anche di dover fare qualcosa che nessuno aveva mai fatto, di studiare qualcosa di unico che nessuno conosceva bene. Allora il turismo. Dieci anni fa, scelta azzardata.
Un sogno nel cassetto realizzato. Con la laurea in mano guardavo San Gerardo che tanti pellegrini porta, e sognavo di avere un futuro roseo, sicuro sotto le sue braccia. Sognavo con gli occhi di un neolaureato pieno di speranze. L’università però nel frattempo mi aveva dato i sogni di  un adulto. Cambiare il un qualche modo il mondo, nel mio piccolo. Pensare alle soluzioni per i problemi dei giovani come me, soluzioni spesso inascoltate, un po’ come le scarpe della Lotto che non potevi mettere per giocare a pallone. Avercele ma non utilizzarle.
Un sogno immenso che perdura ancora oggi. Un sogno che mi ha legato fortemente alla mia terra alla quale mi sono concesso completamente per tanti anni post universitari, che mi ha coinvolto e spesso deluso, un sogno ancora vivo oggi che non  abbandono. Sogno infatti di poter vivere la mia terra pienamente, come se tutto quello che l’affligge non esistesse. Come se i miei sogni da universitario dopo anni non fossero ancora cambiati.
Nonostante la realtà sia molto diversa continuo a sognare, a 30 anni, il completamento dell’album della Panini per me nella mia terra. Completarlo significherebbe restarci e viverci, anche se spesso ne sono lontano per tentare di realizzare dei sogni che forse oggi non posso più permettermi.
Continuo a sognare di non aver bisogno di nessuno per costruirmi un futuro. Sogno un futuro in cui le possibilità siano di tutti, anche di chi come me non vuole chiedere favori, ma solo avere quel super santos che tutto sommato da piccolo alla fine la mamma mi comprava. E che forse merito. Sono certo, infatti, che la mia mamma Terra me lo regalerà.

A.A.A. Atene cercasi

pubblicato su Selacapo.net

Una rubrica che si rispetti continua con la sua logica a intrattenere il lettore sulla tematica, ora tocca quindi ritornare all’Europa, volare ad Atene, culla della civiltà greca che fu’.
Atene infatti è una città storica sempre attuale, alla ricerca di particolarità, coinvolgente, tutta da “mangiare”. Cerchi e ti aspetti tutto questo quando ti decidi ad assaporare questa città. Magari voli dal fresco delle tue terre e appena atterri cerchi e non trovi quello che invece ti aspetti. La prima cosa che noti è il caldo che vorresti ci fosse, ma avere 40 gradi e non sentirlo questo caldo è la prima cosa che non trovi. Troppo secco il clima.

Atene ti avvolge quindi tra la sua storia che subito ti si carica sulle spalle e ti porti in giro mentre l’Acropoli dall’alto ti osserva e ti guida sempre li, punto di riferimento.

Ѐ un continuo cercare e non trovare questa città, maree di turisti che risalgono questo monte bianco di marmo, che porta ad un magnifico patrimonio dell’UNESCO che la storia ci ha conservato, cerchi Atena, non la trovi. Colonne in continua ristrutturazione di avvolgono, ti senti il peso dei 5000 anni, qui dove nacque la civiltà, la democrazia.
Vedere dall’alto il bianco popolo greco dall’Acropoli, orgoglioso nell’esporre ovunque le proprie bandiere, ti rende consapevole di dover continuare a cercare tra le strade della città qualcosa.
Ma cosa? Tutte le particolarità di questa gente, il quartieri affollati di Monastiraki, di Plaka di cui tutti ti hanno parlato.
Cerchi e non trovi la cucina greca, quella tipica che puzza di buono. I locali turistici di questi quartieri non donano il giusto al turista che passa. La vera cucina, infatti, la trovi solo nelle bettole dei quartieri a nord della città, vicino al mercato generale dove l’inglese, che trovi poco qui, i greci nei ristoranti veri non sanno nemmeno dove sia e ti tocca scegliere la tua pietanza indicandola nelle pentole con le dita. La pita, i souvlaki e le insalate greche, li devi quindi cercare nei buchi più neri di questa città.
Continui quindi a cercare tutte le particolarità e noti che il giallo è un colore che piace, i taxi infatti ricoprono tutto, pronti a guidare per te nei luoghi dove la metro potrebbe lo stesso portarti, efficiente e comoda. Quando ti accorgi che ciò che devi cercare davvero è sempre intorno a te è troppo tardi, basta infatti girarsi in ogni angolo e vedere un pezzo di storia che l’uomo qui ha lasciato.
La strada più bella che però Atena protegge è quella della cultura della città, lontano dal suo tempio che sull’Acropoli è rimasto, su via Venizelou.

L’Università e la Biblioteca più millenarie del mondo sono qui, una vicino all’altra, protette da Atena e Poseidone posti su colonne sicuri di se a rassicurasi l’uno con l’altro mentre i turisti dal basso li ammirano.

Ci sono poi dei quartieri che trovi e non cerchi che invece possono rivelarsi affascinanti. Exarchia ad esempio è l’anarchia in vita, colori e profumi ti colpiscono e trovi un mondo che difficilmente in altre città puoi vedere. Qui spesso ti sconsigliano di andare, ma invece è curioso sapere che ne vale la pena almeno di passare una volta, se la parte viva del popolo ateniese ti va di conoscere.
La modernità che si scontra con l’antichità mal conservata infine è riassunta in via Ermou, fiorente via colorata di marchi, con l’Acropoli che costantemente ti fissa distratta dal lusso e schifata di quanto la cultura prodotta in questi luoghi si sia trasformata nel tempo in consumismo sfrenato.
Atene è così, un po’ greca e un po’ moderna, confusa e indecisa tra oriente e occidente. Da cercare e trovare, da amare o odiare.

Tra le alture Irpine. A Laceno.

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I viaggi alla riscoperta dell’Irpinia riprendono, in un luogo dove la caratteristica principale è l’altezza, il sentir girar la testa per la mancanza di ossigeno. Un viaggio all’insegna dell’alto buon gusto, fatto di particolarità estreme che solo questa Irpinia, in questo luogo, può offrirti. Una varietà di altezze da non poter trovare da nessun’altra parte.
Laceno infatti, è un mix di alture nascoste che a scoprirle ci vuole magia e assenza di vertigini. Ѐ tutto altissimo qui. Dal momento in cui intravedi il lago è una sensazione di relax che coinvolge. Viste e colori mozzafiato sono mischiati, la neve invernale e il sole d’estate sono gli dèi incontrastati di questo pezzo d’Irpinia.
Ma la vetta è la regina delle alture con il monte Cervialto, che raggiunge quasi i 1809 metri, unico punto dell’entroterra Irpino dove puoi vedere direttamente il golfo di Salerno e se allunghi bene il collo….anche l’Adriatico.

La voglia di risalita che ti freme dentro la comprendi subito dopo aver circumnavigato il lago, ampio d’inverno, piccolo d’estate, protetto da mucche selvatiche a guardia di uno specchio d’acqua per loro fonte di vita. Temperature alte non ce ne sono all’inizio. La seggiovia che prendi, insicura, coinvolgente, divisa in due tratti, si trasforma ogni inverno in una macchina per sciatori; d’estate invece è solo un sentiero meccanico che ti aiuta a scoprire l’altezza più bella d’Irpinia, appunto.
Su in vetta il vento ti prende, le nuvole che vedi sembrano colorare il tuo fiato di un colore che non puoi vedere fino a quando l’orizzonte non ti entra negli occhi, dopo 200 metri di passeggio nel sottobosco più vivo che tu abbia mai visto.
Riscendendo invece, il senso di natura incontaminata lo trovi nell’altezza qualitativa del tartufo nero, che qui celebrano come un re. Ti coglie un’irrefrenabile voglia di tuffarti negli odori emanati dalle tante prelibatezze dei ristoranti del luogo. L’altezza infinita è nella castagna marrone, essa regina, un prodotto esportato e qui prodotto, conosciuto in Irpinia ma non tanto apprezzato.
Un’altezza quindi, soprattutto dei colori diversi che questo posto regala, in ogni stagione, in ogni odore.
Laceno è così: alto, sportivo, circolare e maestoso, in mezzo a montagne formatesi nel tempo nell’Irpinia più verde che ci sia. Ѐ qui che si possono vedere tutte insieme le caratteristiche di questa terra che vive, in ogni stagione con le cose più alte che essa può offrire.

Meglio il turismo nostrano? Lucca.

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Troppe volte nello scorrazzare nel mondo andiamo a sottovalutare quello che ci circonda, accade con l’Irpinia, ma soprattutto con l’Italia. Prendere l’aereo è emozionante, scendere in aeroporto e sentirsi estranei, diversi rispetto al contesto fa vibrare la pelle, il sentire un’altra lingua è unico, la strana psicologia del viaggio che  ci spinge all’estero è spesso in noi: è voglia di diverso.
L’Italia però riserva sorprese in Irpinia, ma le riserva sopratutto fuori dai grandi centri sovraffollati di giapponesi armati di tecnologia avanzata: vivere questi luoghi diventa magico a volte.
Ѐ ora di provvedere a farvi conoscere anche l’emozione di un treno che vi porta in Toscana, dove ad esempio, se provate a non andare a Firenze, a San Gimignano, a Pisa, a Siena….trovate Lucca, che scommetto dovete cercare su google maps. Fuori dai circuiti del denaro, dei grandi flussi.
Ѐ come se fosse lì e nessun italiano se ne fosse accorto, un gioiellino plastificato dove la tradizione toscana è ad aspettarti, a misura di turista, forse non italiano.

Le classiche mure che avvolgono tutta la “Toscana centro abitato” sono lì a proteggere un piccolo centro storico, dove mancano solo le carrozze e i cavalli a mettere a rischio le tue scarpe nuove. Dalla stazione hai voglia di andare indietro nel tempo, le porte ti permettono di entrare senza difficoltà nella protezione offerta da una costruzione che in passato era la difesa di un popolo. Sono ancora lì, oggi a farti cambiare tempo e proteggerti dal mondo moderno.

Il primo obiettivo in un labirinto di stradine medievali è un infopoint. L’individuazione di un itinerario di tre ore, senza musei, solo aria. La passeggiata sulle mura Urbane permette di avere una panoramica diversa della città: leggermente distaccati ma completamente presi, la sensazione di esserci e di poter dominare un labirinto complicato. Prima o poi si scende, decisi ad affrontare un pezzo d’Italia che nessuno al mondo possiede. E’ ora di viverlo.
Il gioiellino si rivela presto: palazzo Pfanner e la sua fontana convincono che il labirinto medievale può essere risolto, dopo un cartina presa all’infopoint è più facile, credi. La prima sensazione scesi nelle mura è di sicurezza: quella che sentono da anni chi vive qui. Il caldo senso di protezione non ti fa sentire nemmeno la pioggia che cade.
Via Santa Lucia ci porta in Piazza San Michele: bianca, intatta, vicina e nel centro. Maestosa come l’avevamo vista dalle mura, il marmo di Carrara bianco che domina si mostra nel suo splendore degli anni.
La Toscana c’è tutta, dall’odore del caciucco al “maremma bucaiola” del vicino. Tutto come se si fosse a Firenze, più piccolo, originale, calmo.
L’obiettivo però è il pezzo forte della città: l’Anfiteatro. Ti aspetti un piccolo Colosseo, un’arena di Verona, lo cerchi e non lo trovi, alla fine ti ci ritrovi nel mezzo: l’ansia di trovarlo non ti ha fatto accorgere che è “Piazza dell’Anfiteatro”. Un circolo di case poste come un tetris in forma circolare, colorate e disegnate da un artista il cui obiettivo era di farti roteare su te stesso nel mezzo di essa senza che tu te ne accorgessi. L’ammirazione per questo pezzo d’Italia è inevitabile.

Liberatesi dall’ipnosi della piazza diventa impossibile vedere la Torre Guinigi, altro pezzo forte indicato all’uscita dall’Anfiteatro. Questo labirinto medievale anche cartina alla mano mette in difficoltà, la torre è incollata alle case, quasi a non voler disturbare, eppure è solo a pochi passi alla tua sinistra, toccarla con mano e sentire la storia delle tipiche famiglie lucchesi che l’hanno abitata per anni è facile, una casa romanico-gotica da dove puoi ammirare la città meglio che dalle mura, se sali.

 Godersi la bici che quasi ti investe sorridendo, perdersi e ritrovarsi in “Vicolo della Felicità”,  sentirsi felici davvero e volerci restare a vita in quell’attimo, ritrovarsi e arrivare alla Torre delle Ore, bella, chiara e padrona della sua piccola piazza, con l’orologio a ricordarti del tempo che passa veloce: Lucca è così. Le strade del centro sono affollate, strette, scure, vivaci come un centro turistico normale, dove però a dominare sono gli stranieri.
Mi chiedo se la maggioranza degli italiani conosca questo posto e perché la maggioranza degli stranieri ci viene, ma la risposta l’ho già trovata. Il centro brulica, ti fa sentire vivo e leggero mentre la Cattedrale di San Martino ti appare. I porticati aggiunti poi e il campanile che la sovrastano, manifestano lo stile tipico dei monumenti toscani, stranamente uguali ma sorprendentemente diversi. Ogni volta una bocca spalancata, occhi sbarrati, sia dei giapponesi che degli americani; gli italiani sono abituati. All’interno l’ultima cena del Tintoretto, quella di Leonardo spero sappiate dove sia.
A questo punto l’uscita è dietro l’angolo, stranamente facile, il ritorno alla modernità anche. La stazione pronta ad aspettarti per la prossima destinazione italiana o straniera che sia, ma sicuramente con la convinzione che forse vale la pena anche di non prendere l’aereo ogni tanto.

L’altro turismo delle SPA.

Fin ora vi ho raccontato un turismo estremo, fatto di luoghi, località sconosciute e accessibili tutto sommato ai più.
Ora mi tuffo nel concetto di spa. Un turismo fatto di tanti piccoli elementi come una foto divisa in pixel che formano un tutt’uno perfetto, che produce utili. Un lato del turismo che non tutti conoscono e non tutti possono permettersi, e che quindi questa rubrica deve raccontare.
Oltre alle s.p.a. dei villaggi turistici, dei tour operator, degli alberghi abbiamo SPA che sono dietro ogni angolo, spuntano, lavorano, producono anche se molte se ne stanno accorgendo solo ora.
Distribuiscono utili. Voltano il nostro modo di vivere e creano bisogni che prima non avevamo.
Il segreto di un prodotto di successo è proprio questo, creare bisogni che prima non c’erano, inducendoci ad acquistare qualcosa di cui potremmo anche fare a meno.
Il piccolo centro sotto casa può essere una s.r.l., ma è una spa… il grosso centro termale fuori porta può essere una s.p.a. ma non una spa…. Che confusione!
Il sunto è che oggi viviamo di corsa, in crisi, è Natale tra un po’. Il benessere è un lusso. La salute anche.
L’analogia e la confusione per i più è dietro l’angolo tra s.p.a. e SPA.
Il caro capitalismo fatto di s.p.a., di società per azioni per intenderci, che sta affondando il mondo a noi non interessa.

Le SPA, le Salus Per Aquam, stanno risollevando il mondo del turismo, o almeno l’umore di chi le frequenta e di chi ci ha creato s.p.a..

Ma dove nasce questo bisogno di spa……? Credo principalmente nella mente del cittadino inscatolato in automobile, ogni giorno, tutti i giorni.
Sono costose, sono per pochi, ma non sono “la Gina sotto casa”, (le s.r.l.), intendiamoci (come diceva il mio caro prof. fiorentino riferendosi all’estetista di quartiere)! Ma cosa hanno di straordinario queste strutture ovattate che promettono “ringiovanimento” e benessere psicofisico? Sicuramente che quando entri cadi dalle nuvole… “Gradisce uno schiatsu o magari un hot stone?” “Oggi potrebbe provare un lomi lomi o magari, se preferisce qualche trattamento ayuerveda” “ I nostri operatori sono i migliori nei massaggi californiani e svedesi..”. “Abbiamo una doccia emozionale sensazionale…. un bagno turco da provare e un percorso estrusco che trova solo qui”. Spaesati, tutti!
Almeno la prima volta è come fare il giro del mondo in due minuti. Tutto sommato un nuovo viaggio, anche nuove culture da scoprire.
Un viaggio fatto di nuovi termini, orientali e non, colmo della parola trattamento e inondato di profumi e sensazioni. Con culture che si mischiano e orizzonti che si aprono. Sicuramente speciale.
Rinasci: ti vendono un’insieme di elementi che toccano i 5 sensi senza che tu te ne accorga se non quando sei sul divano di casa tua a cambiar canale con il telecomando.
Quando entri in cabina (cabina?) sei pronto a immergenti in te stesso, a pensare solo che tra 50 minuti sarai come nuovo.
Un mix di colori, profumi e mani magiche che diventano un’assuefazione di sensazioni a cui non potrai mai più rinunciare.
Le calde mani di un professionista di avvolgono, le impurità (qualunque esse siano) le abbandoni in quella stanza. Il caldo sapore degli olii essenziali ti risvegliano la mente.
Ti coccolano, dicono. Ed è assolutamente così.
Mi sono chiesto però…. Saranno posti per allocentric tourist? Stiamo attenti.
Ci sono delle SPA, artificiali o naturali che davvero ti fanno sentire fuori dal mondo per qualche ora e potrebbero convincere anche il più estremo dei turisti con zaino in spalla.
E dove l’alloncetric potrebbe anche sentirsi a suo agio. Sono convinto che la scoperta non è solo territorio, ma anche sensazioni, novità, culture nuove che qui ci sono è come.
Se a ciò aggiungete che spesso troverete massaggi personalizzati a seconda del massaggiatore il gioco per l’allocentric diventa interessante.
Questo perché in India, patria dell’Ayuerveda, ogni persona sviluppa un suo modo di massaggiare differente e che solo lui sa fare, personalizza.
Si generano migliaia e migliaia di trattamenti differenti…migliaia e migliaia di proposte differenti che è difficile scegliere e descrivere.
Al Le Fay sul Lago di Garda, ad esempio, nuoti in piscina ed è come se lo stessi facendo nel lago. Puoi tornare indietro nel tempo scegliendo di farti coccolare in una cabina greca, oppure romana. Puoi andare in un ambiente lunare immergendoti in un bagno salino…

Al Grotta Giusti Natural Spa Resort, a Monsummano Terme, invece, puoi esplorare una Grotta Naturale che ti da la sensazione di scendere nell’Inferno Dantesco su tre livelli tra Laghi del Limbo. Nel frattempo però stai facendo un bagno turco… vivi una racconto e stai bene con te stesso.

All’Alpine Dolomites, in Alto Adige, ti permettono di vivere h24 ecosostenibile, tutto ciò che fai è pro-natura, tra la neve per lo più. All’interno ti sembra che anche l’aria che consumi non si trasformi in anidride carbonica.
A Merano, alle famose terme, puoi scegliere se fare un bagno al vino oppure al fieno, curarti, rilassarti, depurarti o rigenerarti….
Infine, se vuoi esagerare, entra nel sito web dell’Orso Grigio, e già da li capisci che forse la Gina sotto casa può anche bastare… perché prenotare una villa non è proprio per mortali.
Ma il turista lo si fa anche così, costruendosi un sogno di qualcosa che prima o poi può anche realizzarsi. La chiamiamo aspettativa…
Roba da ricchi a volte, anche se molti dei trattamenti sono convenzionati con l’Asl e puoi prenderti cura di te prendendo Ryanair.
Dopo averle girate tutte queste strutture (magari dopo una vita intera), non solo ti sentirai meglio, ma avrei scoperto che essere turista significa anche prendersi cura di se, nella mente e nel corpo. Pensateci….
Forse ho esagerato, ma per Natale vi ho voluto regalare dei sogni… Auguri!

Nel borgo di Quaglietta dove scoprirsi padroni dell’Irpinia

pubblicato su Selacapo.net

Ritorniamo alla nostra amata Irpinia, cercando di ingoiare una pillola digeribile che possa permetterci di vivere fino alla prossima destinazione europea.

In Irpinia ci entriamo da ovest… oggi non a caso. Al confine con la Provincia di Salerno nel borgo di Quaglietta, in un mosaico di case appiccicato ad una roccia, baluardo dell’Alta Irpinia ben visibile da ogni angolo tu lo voglia ammirare. Il borgo e il suo mistero ti rapiscono infatti da lontano, mentre tranquillamente viaggi verso l’interno est irpino o verso l’ampio ovest, su una strada a scorrimento veloce.
Un borgo nato per proteggere, apparentemente inespugnabile, che noi violeremo ripercorrendone tutte le varie tessere dei mosaico che l’uomo ha composto nei secoli per crearlo.
Le tessere sembrano estremamente instabili, con alla base una fonte d’acqua dalla quale Quaglietta prende il nome, e sono poggiate su una roccia che attraversata da la sensazione di immergersi nella fonte sottostante e uscirne differenti, quasi avesse proprietà miracolose. Sono incastonate da ingegneri del tempo in modo irregolare, guidati solo dalla legge fisica della sopravvivenza che quella fortezza assicurava.
All’ingresso ti senti già coperto di case, le tessere del mosaico appunto, che dopo aver attraversato una stradina che ti porta all’ingresso non immagini che possano essere così maestose. La perfezione degli ingegneri del tempo è evidente da questa nuova prospettiva.
Lo stemma del paesello ti accoglie e ti invita ad entrare, bianco e innocente sotto un porticato in pietre. Una quaglia, che non è l’origine del nome del paese (è semplice l’analogia), è lì a terra a cinguettare consigliando che tutto sommato puoi affrontare il viaggio nel tempo con molta serenità. Le tre torri presenti inoltre contribuiscono a creare aspettativa.
Dopo averle viste sei pronto ad entrare nel Medioevo. A cercare di espugnare la fortezza difesa da chissà cosa, e che difendeva chissà cosa.
Inizia la tua personale scalata alla torre che si dice sia protetta da un serpente… che probabilmente non c’è, ma che una leggenda ci racconta abbeverarsi allungandosi dalla cima del borgo fino alla fonte d’acqua vicina del Cantariello.
Prova a salire e forse alla fine il serpente ti farà entrare…
Mentre risali le stradine rivivi i tempi rosei che furono del borgo, quando macellai e fornai coloravano di odori quei vicoli, quando urla di bambini riempivano le piccole piazze e anziane affacciate ai balconi preparavano ravioli allo zenzifero. Vicoli oggi preda solo di sensazioni da riportare alla luce durante un giorno di riscoperta della storia.
Il serpente non scende a rovinarvi la giornata e si gode, dall’alto della torre vegliando sempre sul tuo cammino, la tua ammirazione nel contemplare il suo mondo.
A metà strada riesci a rivedere elementi dei padroni che furono, archi maestosi sovrastati da stemmi che sembrano voler ancora rivendicare il potere di un tempo, ma che ormai la storia ci ha consegnati sbiaditi e degni solo di pochi sguardi ammirati. Ad attirare la tua attenzione è la cima della torre, alta 8 metri e così piccola da lontano. Dove forse ti attende qualcuno o qualcosa.
La scoperta della cima è faticosa, ma l’entrata nella parte nobile del borgo ripaga della fatica: cuori scolpiti nella roccia parlano d’amori vissuti, maestose mura di prigionieri rinchiusi, fontane e cortili di cavalli e cavalieri ammaestrati, segni di vita passata.
Il Medioevo è qui. Il serpente ti lascia fare.
L’altare al centro del complesso in cima racconta di quanto importante fosse vivere anche aldilà del mondo terreno e l’obiettivo di raggiungere la torre ormai è a portata di mano. La cappelletta appena visibile nei suoi ultimi resti veglia su di te. Il serpente non si è fatto vivo e tu soddisfatto, affacciato ad uno dei tre finestroni in alto, hai per un attimo la sensazione di essere il padrone della valle.
Qua su l’immaginazione tra il vento è incontrollabile, il fiume sottostante nella tua mente si ingrossa, diventa navigabile. I saraceni sono all’orizzonte e li vedi avvicinarsi in barca mentre i tuoi fedeli prodi preparano oli bollenti, frecce da scaraventargli addosso nascosti tra i merletti appena ricostruiti dalla modernità.
La torre alla tua destra è sicura di se e il serpente resta buono nella legenda, lasciandoti vivere a pieno la sua fortezza. Qui su il mosaico appena attraversato lo senti che deve essere protetto, dai saraceni che vogliono assediarlo, ma soprattutto da chi vuole rendendolo inutilizzabile per le future generazioni. La scalata ti ha reso inconsapevolmente padrone dell’Irpinia e di questa fortezza, che da oggi in poi proteggerai senza rendertene conto, con o senza il serpente a far la guardia, ambasciatore in patria del più grande borgo dell’Alta Irpinia.

Turismo e sviluppo. “L’albergo diffuso”.

Sabato a Calabritto si è iniziato a parlare di un termine molto utilizzato nel Nord e Centro Italia, in un convegno dal titolo “L’Albergo diffuso” a cui erano presenti notevoli relatori ed esperti in materia turistica. Tutto perchè il Borgo di Quaglietta, che sta per essere completamente ristrutturato, sotto differenti punti di vista presenta le caratteristiche per diventare un albergo diffuso importante per tutte le aree interne dell’Irpinia, con una capacità ricettiva di circa 100 posti letto e degli elementi strutturali che ben si prestano a questa tipologia di attività.
Queste strutture non sono una novità, ma una realtà consolidata già presente e funzionante in Friuli, Umbria e nelle Marche, spesso inserite in borghi spopolati. Ma cos’è un albergo diffuso? Giancarlo Dall’Ara, professore espertissimo della materia, lo definisce «un esercizio ricettivo situato in un centro storico caratterizzato da una comunità viva, dislocato in più stabili vicini tra di loro, con gestione unitaria in grado di offrire servizi alberghieri a tutti gli ospiti». Quindi un ristretto numero di case distanti tra di loro pochi metri, magari in un bel borgo, con tutti i servizi offerti da un albergo, ma con una differenza: la gestione dei servizi stessi deve essere dei cittadini, quasi come se un paese ospitasse un amico.
Nella sala del convegno si è parlato delle caratteristiche necessarie per rendere un borgo un albergo diffuso di successo. Tralasciando le caratteristiche tecniche e architettoniche che a Quaglietta e in altri luoghi irpini ci sono tutte, i relatori hanno sottolineato che l’elemento principale che rende un albergo diffuso eccellente è il concetto di accoglienza fortemente legata al territorio, dove tutti si prodigano per fornire gli stessi servizi di un albergo all’interno di un paese. Dove tutto richiama al territorio, dal caffè al pranzo, all’arredamento, fino alle chiacchiere scambiate in piazza.  L’albergo diffuso, infatti, è proprio una struttura complessa che ingloba al suo interno non solo i servizi di pernottamento, ma anche l’insieme dei servizi che il singolo cittadino residente usufruisce quotidianamente, dal bar all’edicola, a tutti i luoghi pubblici del paese.
Allora la difficoltà di gestire un “turista da albergo diffuso” è molto alta. Questo perché gli ospiti di questa tipologia di strutture non cercano elementi di grande attrattività (come il Colosseo ad esempio), ma vogliono un’esperienza diversa che gli permetta di vivere a pieno una località, vogliono fare esperienza del luogo, essere quasi dei residenti e trattati come tali. Un albergo diffuso deve essere quindi capace di trasmettere questo, di essere albergo e casa, dove da un lato i servizi di un albergo non sono negati, quali colazione in camera, ristorazione, pulizia ecc, e dall’altro sono presenti tutta una serie di servizi che la comunità offre al turista insieme al residente.

La piazza di Quaglietta
Ed è proprio questa la difficoltà: il territorio va coinvolto attraverso una serie di azioni che lo rendano consapevole di questo. Va creata una cultura dell’accoglienza che non faccia vedere il turista come un turista, ma come un residente appunto.
E l’Irpinia può essere maestra in questo, Quaglietta e il suo Borgo anche. Siamo una terra che presenta tutte le caratteristiche necessarie allo sviluppo di questa tipologia di attività non solo a Quaglietta. Siamo territori martoriati dal fenomeno dell’emigrazione dove nel post terremoto c’è  stata una ricostruzione che ha portato alla realizzazione di numerose strutture, che oggi sono vuote e spesso di proprietà comunale, in tanti paesi e tanti centri storici. Riconvertirle a camere di albergo non sarebbe difficile. Abbiamo tanti borghi splendidamente ricostruiti, fruibili e unici. Inoltre siamo un popolo con l’innata capacità di accogliere e far sentire a proprio agio chiunque, che facilmente sarebbe capace di integrare questa tipologia di turista rurale. E allora Caposele, Rocca San Felice, Sant’Angelo dei Lombardi, Gesualdo, Torella dei Lombardi, Castelvetere, Volturara, Bagnoli Irpino, Bisaccia, e tanti altri, potrebbero essere tanti alberghi diffusi, alcuni lo sono già. Magari una rete di alberghi diffusi irpini.
Ma ritornando a Quaglietta e al suo Borgo, durante l’incontro l’Amministrazione Comunale si poneva il problema della gestione della struttura che indubbiamente è complessa. Ci si chiedeva se affidarla a mani di imprenditori esperti con esperienza alle spalle, o magari a giovani del posto. Il sindaco poneva proprio questa questione e cercava soluzioni tra i relatori, i quali non hanno dato una soluzione diretta e tecnica al problema, ma hanno sottolineato e fatto intendere com’è fondamentale che la gestione resti al territorio, per evitare che la comunità si senta sottratta di un proprio bene e che quindi venga meno l’elemento fondante di un albergo diffuso, quale il legame con il territorio. E quanto sia allo stesso tempo importante affidarlo anche a chi della materia ne conosce i segreti.
E allora non è difficile capire che quando ci sarà il bando di gara ogni tipo di clientilismo dovrà essere lasciato a casa e che le comunità di Quaglietta e Calabritto dovranno essere coinvolte, ma anche che a capo ci dovrà essere una persona che non è del posto ma che sia però irpino. La migliore soluzione dovrà prevedere sicuramente una regolamentazione del rapporto pubblico-privato ottimale, con l’individuazione di una serie di paletti che limitino lo sfruttamento incontrollato del Borgo da parte di chi per sua natura punta al profitto. La forma della cooperativa formata da giovani del posto che conoscono tradizioni e territorio sembra quindi l’ideale, con all’interno alcune professionalità, esperienze e studi nel settore che necessariamente dovranno esserci.  L’organismo gestore dove impegnarsi a instaurare degli accordi commerciali con tour operator che operano in questo ramo e creare una serie di pacchetti turistici che includano prodotti tipici e esperienze vere, luoghi e visite non solo a Quaglietta, ma ovviamente in tutto il territorio irpino.
L’appoggio delle istituzioni dovrà necessariamente esserci a prescindere dal colore politico. Questo perchè la manutenzione per i primi anni non potrà essere a carico completo del gestore e tutti i servizi pubblici di decoro e pulizia dell’urbano dovranno essere curati al meglio. Per garantire programmazione l’affidamento non dovrebbe essere inferiore ad un periodo di almeno 10 anni e non dovrà prevedere canoni di affitto, anzi agevolazioni per chi volesse insieme al gestore, entrare nel Borgo per inserire un’attività tipiche del luogo (es. locali gratuiti). In seguito alla fase di avviamento, un diritto di prelazione sulla gestione dovrà necessariamente essere previsto al vecchio gestore in fase di scadenza. Nessun privato altrimenti farebbe offerte per gestire un qualcosa su cui non poter programmare. Il concetto di programmazione infatti è centrale. Chi vorrà aspirare a gestire un progetto di questo tipo dovrà avere ben chiaro in mente cosa vuole fare e dove vuole arrivare.
Quindi, aldilà degli aspetti meramente tecnici e di forma, dovrà esserci anche la presentazione di un business plan e di una progettazione che individui l’insieme delle azioni che il gestore vorrà attuare nel borgo e nella comunità. In tal modo il pubblico potrà valutare costantemente i progressi e gli step da seguire e confrontare i risultati previsti con quelli ottenuti nel tempo. Si dovrà capire bene dal progetto o dal business plan cosa il gestore vorrà fare della struttura nei successivi dieci o venti anni. La promozione dovrà essere affidata completamente al gestore, che insieme con la Proloco potrà creare le opportune attività di promozione dei prodotti tipici e tutte le idonee azioni di marketing sull’intero territorio irpino. Infine, fin da subito, la popolazione dovrà essere coinvolta, formata e informata dall’opportunità che ha, delle potenzialità e delle energie necessarie affinché il Borgo possa essere il centro della vita di Quaglietta e dell’Irpinia con l’obiettivo di creare per il turista un ambiente reale e non finto che lo faccia sentire a casa ed in una grande famiglia. Perché chi va in un albergo diffuso cerca proprio questo, lontano dalla logica e il mito dei grandi numeri, che non sempre portano vantaggi e redditività come spesso si crede.