Taurasi è wine, quinta tappa del #MyIrpiniaTour.

Sapevo che sarebbe successo, sapevo che l’avrei trovato e che me ne sarei sorpreso. Un luogo dove l’Irpinia si esprime bene per uno dei suoi migliori prodotti e per delle caratteristiche che possiamo trovare solo qui: a Taurasi ci sono molti elementi caratteristici e spero di poterlo dire ancora durante questo tour.
Taurasi è un bellissimo piccolo borgo a pochi km dalla città di Avellino, con un centro storico che il terremoto ha toccato poco, uno splendido castello che si presta in maniera ottimale a presentare quello che uno dei DOCG più apprezzati d’Irpinia: il Taurasi per l’appunto.

Parte del castello.
Un borgo che a girarlo sono necessari 5 minuti quando non ti fermi a osservare i particolari che lo caratterizzano, i vicoli, i portali e i balconi che in pochi paesi irpini riesci a trovare in queste condizioni, colori e luci. Ho visto un paese e un centro che in Alta Irpinia non c’è, colpa del terremoto purtroppo.
I km che questa volta mi separano dalla meta sono stati tanti, ben 54. Sono fatti di tantissime curve e quasi un’ora di viaggio, elementi che fin ora mi avevano fatto desistere nell’andare a vivere la fiera enologica, famosa anche oltre regione.
Il viaggio è stato piacevole e veloce in compagnia di Antonio e Gerardo attraverso Lioni, Sant’Angelo del Lombardi, Castelfranci, Paternopoli fino a Taurasi, parte dei paesi che separano Caposele da questo luogo.
La grandiosità dell’evento è visibile e immediato, la confusione anche. L’obiettivo della serata è scoprire cosa rende speciale questa fiera partendo con il bicchiere di vetro al collo.
Non passa molto e i primi acquisti agli stand non tardano ad arrivare. Taurasi 2007 DOCG, Aglianico del 2012. L’amico Antonio e l’amica Antonella hanno buon gusto, le cibarie preparate da Felicia accompagnano il tutto, la serata promette bene.
Dopo aver sorseggiato i primi bicchieri assaporo tutto il gusto di questo ottimo vino e la curiosità di entrare nei dettagli della festa cresce sempre di più, parallelamente alla salita che ci aspetta per arrivare al borgo. La taranta condisce la serata e gli stand colmi di folla colorano i due lati della piazza, avanziamo a fatica. Sono sempre più curioso di vivere il centro storico. 
La folla.
Passati sotto il porticato che inaugura il nostro ingresso, sulla destra ci aspetta la fiera enologica nel cortile del castello, ai lati la descrizione di tutti i comuni che rientrano nella produzione del Taurasi con una dettagliata descrizione dei vini e delle zone produttrici, sono più di dieci e questa cosa mi sorprende un bel po’.
Un’occhiata in giro, qualche domanda di curiosità agli esperti, incontri casuali di persone che non vedevo da tempo, piacere immenso nel reincontrarli e sorrisi  sfacciati sempre muniti di buon vino.
Decido che è l’ora di addentrarmi nei vicoli da cui provengono odori, suoni e colori che affascinano, alzo gli occhi e vedo una vecchietta affacciata al balcone che osserva felice. Un cartello “angolo del paradiso” attira la mia attenzione in un vicolo, sempre sulla destra. Decido di seguirlo e mi ritrovo davanti a numerosi prodotti tipici, ancora vino, una vecchietta seduta con cui facciamo una foto. Sono divertito, curioso, felice delle scoperta di questo piccolo borgo. 
Il borgo.
Giriamo velocemente intorno, tra gruppi musicali che suonano, ragazzi che ballano, bottiglie che volano, panorami che ci seguono. Il borgo è aperto a tutti, cantine che si concedono ai visitatori, prodotti tipici che vengono serviti ad ogni angolo, vicoli che ti guidano senza difficoltà, è un bel mix di vivacità e tradizione.
La serata scorre velocemente, vuoi per la compagnia, vuoi per tutto ciò che osservo in pochi secondi, vuoi perché alla fine il Taurasi si lascia bere facilmente.
Finiamo per arrivare sotto al palco a ballare pizzica tra troppe persone che non riescono a divertirsi nella maniera giusta, mezze risse e troppi spintoni, note stonate di una serata che comunque è stata interessante.
Sinceramente mi aspettavo però più ordine, più percorsi degustativi, più sommelier, attenzione alle specificità territoriali e meno provoloni impiccati che sono tipici dell’Alta Irpinia. Non sono riuscito a cogliere cosa qui viene veramente prodotto di tipico oltre al vino, probabilmente non c’è.
Tutto sommato però, Taurasi è stata una bella scoperta. 
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A Caposele per la “matassa” e la quarta tappa del #MyIrpiniaTour

Questa tappa del #MyIrpiniaTour è stata qualcosa di diverso perché era da tempo che mancavo a questo evento pur essendo sotto casa mia. E’ stato diverso perché è stato bello accogliere e mostrare a persone che non conoscevano le qualità e le caratteristiche di Caposele. Allo stesso tempo, mentre scrivo, mi rendo conto che è difficile descrivere con occhi diversi quello che vedi tutti i giorni.
La serata della Sagra delle Matasse era però la serata giusta per farlo: calda, limpida e profumata di matasse che solo qui a Caposele è possibile provare.
Questo piatto, inserito nel prodotti agrolimentari tradizionali (PAT) dalla Regione Campania è qualcosa che solo le sapienti mani delle caposelesi sanno preparare. Il nome deriva proprio dal modo in cui questa pasta viene lavorata, ovvero come una matassa di lana, è una “via di mezzo” tra lo scialatiello e la tagliatella, ma non è nessuno dei due. E’ unica nel suo genere, e sembra proprio che nessun paese limitrofo riesca a riprodurla.

Fase della preparazione della Matassa
Gli amici arrivano alla spicciolata e io ne approfitto per capire bene come quest’anno la Proloco Caposele ha deciso di impostare la serata. Noto immediatamente il cambio di location spostata al centro del paese in Piazza XXIII Novembre rispetto al tradizionale percorso lungo via Roma.
Più spazio e migliore logistica sicuramente, colpo d’occhio meno ad affetto rispetto al passato senza l’orologio del Comune e la Chiesa di San Lorenzo che spicca con il suo azzurro.
Caposele è il paese dell’acqua e del Santuario di San Gerardo, sede dell’Acquedotto Pugliese e la località dove nasce il fiume Sele.
Proprio la presenza di quest’ultimi ne ha caratterizzato la storia e modificato la morfologia nel tempo, rendendolo anche uno dei pochissimi paesi dove il campanile e la Chiesa sono distanti più di 300 metri tra di loro, caratteristica che troviamo nella appena rifatta Piazza Sanità, cartolina irpina di lusso.

Il campanile di Caposele

Attendo l’ormai collaudata compagnia paternese di Antonia e Felicia con le curiose Antonella e Monica da Frigento che non vedono l’ora di assaggiare questo piatto. 

Al loro arrivo, spiego il perché della conformazione della nuova piazza Sanità, la storia dell’acquedotto e mi diverto nel farlo. Apprezzano la nuova fontana mentre ci avviamo verso la piazza dove la Proloco ha preparato la serata.
Nel frattempo mostro corso Europa e parlo di come la matassa viene preparata, anticipo che ci sarà chi potrà farlo meglio di me. 
Matasse e ceci
La piazza brulica di gente e ci avviciniamo subito al tavolo dove una simpaticissima caposelese ci mostra e spiega tutti i segreti della “costruzione” di questa pasta, ci dice che alla fine non è poi tanto difficile; io le rispondo che mia madre, lionese, ci ha messo 30 anni per imparare, lei sorride e continua il suo lavoro. Noi rimaniamo affascinati da tanta maestria.
Vivere questi attimi mi fa sentire bene, sono a mio agio e il mio paese risponde egregiamente. Ordino due piatti di matasse, uno al sugo a l’altro bianco ai ceci, per assaggiare entrambe le ricette. 
A porgermeli è Concetta Mattia presidente della Proloco di Caposele che saluta Antonella sua “collega”, scambiano due rapide battute e via al tavolo, con vino al seguito ovviamente. Non siamo a Castelfranci o Taurasi ma anche il vino se la cava. 
Antonia fotografa curiosa i piatti, tutti gli altri mangiano di gusto: sembrano apprezzare. Io gli spiego che secondo me la migliore ricetta è quella bianca con i ceci, che io amo di più perché esalta maggiormente le qualità della pasta. 
Io e Monica
Scattano selfie a volontà in piazza, foto ricordo fatte da compaesani, domande sul Santuario e sulle caratteristiche di questo piatto. Un tappa tranquilla e conosciuta che ho inserito per permettermi di osservare la mia comunità da una prospettiva differente, che alla fine mi ha reso consapevole che possiamo lavorare su molti elementi che gli occhi di altri ragazzi mi hanno fatto notare.
Alla prossima tappa, probabilmente Taurasi. 
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Frigento, terza tappa al “pizzillo” del #MyIrpiniaTour

E’ arrivata velocemente la terza tappa di questo tour irpino estivo che pian piano mi sta portando a riscoprire piccoli particolari di questa terra piena di sorprese.
Dopo Gesualdo, Castelfranci e Morra De Sanctis è toccato a Frigento.
Pizzille e Tammorre
Uno dei paesi più alti della provincia, caratterizzato dalla presenza di tantissimi porticati e vicoli; si dice anche dalla possibilità di poter vedere oltre cento comuni girando intorno al centro e attraverso la famosa veduta dei “Limiti” (che consiglio sia di giorno che di notte).
Questa volta compagno di viaggio è stato Donato Gervasio, con cui alla fine abbiamo anche scoperto termini nuovi e bontà inaspettate. Ad attenderci c’erano la buona Antonella insieme agli amici Monica, Luca e Giuseppe, con maglie arancioni e la improbabile scritta “viri Friciento e rimani scristianuto”  – trad. vedi Frigento e rimani sconcertato – (sarà presto una nuova linea?).
La maglietta che ci ha accolto
Ciò che mi ha spinto a fare tutti e 35 i km di curve che separano Caposele da Frigento è stata l’acquolina che il presidente della Proloco mi ha suscitato nel descrivermi questo pizzillo che sembra avere caratteristiche uniche solo qui; come d’altronde tutto quello che lei descrive di questo paese che si vede ama tantissimo, lo capisci quando ne parla.
Tra una chiacchiera e l’altra con Donato le curve volano, arrivati nel piccolo centro altoirpino ci troviamo anche le paternesi Felicia e Antonia. Ben preso la musica della tammorra ci avvolge, anche se la salita per arrivare in piazza si fa sentire dalla villa comunale alla piazza sede della festa.
Il profumo è forte e anche la fame (come al solito) e neanche il tempo di salutare che ci troviamo carichi di pizzilli ripieni di ogni cosa: formaggio, prosciutto, nutella e tanto altro. La ricetta è semplice, fatta di pasta di pizza fritta imbottita come un salsicciotto di varie cibarie, di ottima fattura e gustoso come pochi.
Il “pizzillo”
La cornice è quella che ti aspetti, una piazza stracolma di gente che balla, scale, amici e chiacchiere di ogni tipo. Chiedo della preparazione del pizzillo ad Antonella che mi spiega che il miglior modo per capirla é vederla. Non esita dunque a portarci dietro le quinte della sagra. Ci addentriamo nelle cucine sul retro dove la cosa che mi sorprende subito è il gran numero di ragazzi coinvolti nella preparazione che si divertono nel farlo, mixati con i più esperti che friggono in grandi contenitori strapieni di olio. Il segreto della bontà di questo prodotto sta tutto in quella stanza che profuma di buono.
Osserviamo, chiediamo, apprezziamo e infine salutiamo augurando buon lavoro a tutti, tra sorrisi vari e pacche sulle spalle del presidente che sembra avere in pugno tutta la situazione.
Il pizzillo è davvero ottimo ma non consiglio di mangiarne più di due se non si vuole scoppiare, anche se è dura resistere visto che anche qui non si smette mai di usufruire di un’ospitalità e bontà unica, come l’ha definita Donato.
La preparazione
Dopo l’abbuffata era dunque d’obbligo una passeggiata notturna sul “lungomare di Frigento” su via Limiti dove è possibile godere di una vista stupenda di tutta la valle dell’Ufita e anche oltre.
Attraversiamo tutto il centro districandoci tra migliaia di porticati e vicoli come pochi in Irpinia, colori di un posto che però di inverno, e anche in questa serata, davvero raggela anche l’anima. C’è bisogno di un buon vino quasi sempre a scaldare.
Antonella ovviamente in questa situazione si esalta e inizia a descriverci ogni piccolo dettaglio della veduta, di quanto il tramonto qui sia unico e di quanto anche di notte la cosa non sia da meno. Il suo punto di vista è effettivamente condivisibile e poco discutibile, la passeggiata è veramente piacevole per compagnia, parole, luci e colori.
Il tour dura un po’ e ne siamo felici, chiediamo e ridiamo della parola “scristianuto”, disquisiamo di vari detti dei paesi limitrofi, arriviamo a concludere che il termine curioso si può tradurre con “sconcertato”.
Arriviamo così facilmente alle auto, ci salutiamo e diamo appuntamento alla prossima tappa del #MyIrpiniaTour che sarà a Caposele. La mia Caposele.


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#MyIrpiniaTour a Morra De Sanctis, patria del baccalà.

La seconda tappa del #MyIrpiniaTour è stata molto semplice. Morra De Sanctis è un paese vicino ed amico e da tanto avevo intenzione di provare il suo piatto principe: il baccalà durante la Sagra. Sembra strano ma è così, in piena Alta Irpinia abbiamo un’eccellenza legata al mare: questo piccolo centro è rinomato perché preparano bene questo piatto, e durante il mio tour ne ho avuto la conferma.
Questa volta, dopo vari inviti, mi sono addentrato alla scoperta della tradizione solo e scortato dai Morresi. Qui non devi mai chiedere perché ti arriva tutto e subito, sopratutto durante questi periodi. 
E allora ad accogliermi trovo l’amico Gerardo Di Pietro che mi invita a prendere parte alla festa, a provare il famoso baccalà alla “ualanegna” condita da ottimo vino. Insieme a lui ci ritrovo anche Donato Caputo e il grande Rocco Di Paola alla cassa.
L’atmosfera è familiare ai piedi del Castello Biondi che sovrasta il centro e sotto gli occhi vigili del buon Francesco De Sanctis. Morra infatti è il paese che ha dato i natali al famoso letterato, ci possiamo trovare la casa della famiglia insieme a tanti reperti e documenti che ne hanno segnato la sua storia. Ben tenuto e dalle grandi potenzialità questo Castello, dove abbiamo anche la sede dell’Università telematica Guglielmo Marconi. Di giorno lo spettacolo dall’alto è assicurato ma io decido di concentrarmi sulla sagra, questo è l’obiettivo della serata.
Baccalà alla “ualanegna”
Mi arriva il piatto fatto di verde, rosso e bianco (forse è patriottismo o forse solo peperoni verdi, rossi e baccalà bianco) e mi ci fiondo dentro, anche perché sono già le 23.00, e sono senza cena.
Gerardo e Donato mi riempiono di domande sul cosa ne pensi mentre mi versano vino, che qui in Irpinia è un must. Gli rispondo che non c’è nulla da dire, tutto ciò che viene detto su questa pietanza è confermata, un sapore semplice di prodotti irpini mixati con baccalà ed esperienza pluriennale presente nella preparazione.
Il vino scorre, il baccalà finisce, il sindaco ringrazia i presenti e il presidente della Proloco si scusa per la pioggia che prima ha messo a rischio la serata. Io mi godo il tutto pensando a quanto questo piccolo centro sia più popolato d’estate quando tornano i suoi numerosi emigranti che in inverno, quando purtroppo il freddo punge e la gente sta a casa.
Donato intanto si alza, ha in serbo sorprese e io lo sò. Gerardo invece, seduto di fronte a me, parla e parla di argomenti che spesso affrontiamo, di politica, giovani, opportunità. Lui con i problemi della gente e di questa Alta Irpinia ci macina chilometri tutti i giorni essendo amministratore.
Quando ritorna Donato ci interrompe con cavatielli bianchi ai fagioli e pancetta, con un’altra bottiglia di vino. Lo guardiamo, facciamo un sospiro di sollievo e l’argomento torna ad essere la sagra (per fortuna), i prodotti tipici, chi e come ha preparato il piatto. Ne conosco i particolari, ne apprezzo i sapori e gli odori, sono felice della serata e di queste cose così vicine che non conoscevo.

Cavatielli Bianchi
Tutto è tranquillo, anche la tarantella in sottofondo suonata dei miei amici compaesani, il vino scorre e i piatti anche. Decidiamo che è giusto fare un giro e salutare altri amici. 
Vedo indaffaratissimo Francesco Pennella, Presidente della Proloco, lo saluto e lo lascio lavorare, la gente da sfamare è tanta. Mi ritrovo al bar e ne saluto altri, chiacchiero e non pago nulla: a Morra è così, l’ospite è ospite! Come in tutta l’Irpinia.
La serata passa velocemente tra chiacchiere, saluti e sguardi verso particolari di un paese che conoscevo di giorno e che mi ha sorpreso in festa, con colori, luci e sapori che sono tutti da scoprire. 
Il #MyIrpiniaTour prosegue bene anche se dopo tutto quel cibo ho avuto difficoltà a dormire e digerire, ma questo lo avevo messo in conto.
Stasera tocca a Frigento come da Calendario aggiornato su Facebook. Sono proprio curioso di vedere cosa la nostra Antonellina ci proporrà, di provare questi pizzilli di cui mi ha raccontato per un mese intero.
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E’ partito il #MyIrpiniaTour. Copiando e non programmando da Gesualdo a Castelfranci.

L’idea del #MyIrpiniaTour è abbastanza semplice e nasce veramente per caso. 
Dopo essermi reso conto che conosco troppo poco questa terra (se non l’Alta Irpinia e la Valle del Sele) ho deciso che è venuta l’ora di riuscire a vivere molto di più la mia Irpinia in maniera viva e intensa e di raccontare l’esperienza vissuta nel miglior modo possibile, di parlare delle persone, dei luoghi, delle tradizioni e soprattutto dei vini e dei prodotti tipici. 
Tutto in questa estate 2014.
E’ chiaro che tutto nasce sulla falsa riga della delusione personale per la mancata partecipazione al #mypugliaexperience ed un po’ ne è una “copia”. Ma mi sembra così interessante l’idea di passare questa estate in giro per l’Irpinia che non posso non andare avanti, ma sopratutto non è assolutamente concepibile che non conosca molte cose della mia terra, anche quelle negative.
Dunque si parte, anzi si è già partiti, ieri sera.
Il calendario per ora è questo ed è definito sulla base dei primi suggerimenti giunti dalla rete e non, dalle curiosità personali e dalle curiosità che molti di voi mi hanno stimolato. Integrabile da tutti e sicuramente modificabile:
– Parto da Gesualdo, “Terrazze Mattioli e Giardino Pisapia”;
– 5 Agosto Morra De Sanctis, “Sagra del Baccalà”;
– 6 Agosto Frigento, I “Panorami” – Pizzilli e Tammorre; 
– 16/17 Agosto Taurasi, “Fiera Enologica di Taurasi”;
– 18 Agosto Montemarano, “XXXII Festa del Bosco e dell’Emigrante”;
– 19 Agosto Quaglietta, “Sagra dello Zenzifero”.

Quello che so è che riserverà sorprese, come ha subito fatto. 

Saperi e Sapori

Ieri sera è partita un po’ così con l’idea di arrivare a Gesualdo e godersi la terrazza del bel Castello per l’anteprima di Saperi e Sapori, in compagnia dell’ottima Antonella Abbondandolo, presidente della Proloco Frigentina, conoscitrice approfondita del territorio e sempre “armata” di ottimi prodotti tipici on the road, nel cofano della sua Fiat Bravo. 

Gesualdo infatti è un borgo irpino famoso perché è stata la residenza di Carlo Gesualdo, madrigalista. L’anteprima è interessante ma troppo lenta per i nostri gusti, all’interno di una cornice di terrazze molto suggestiva, con il castello che protegge alle spalle. Si gusta ottimo vino a prezzi abbordabili con buona musica, ma decidiamo di cambiare. Arrivano segnali da Castelfranci, sembra esserci un po’ di Rock on The River. 
Scorci del Calore

Antonella però mi propone, prima di andare, un rapido tour intorno al castello, ancora non completamente ristrutturato ma davvero imponente, da visitare di giorno. Mi racconta che qui è un pienone di gente tra i 19 e il 22 agosto, quando si svolge il Saperi e Sapori vero, ormai quasi alla decima edizione. E penso in quel momento che il #myirpiniatour debba essere integrato con questo evento. 

Il paese si presenta veramente bene, curato anche nei dettagli tranquillo e raccolto intorno al centro storico. Discutiamo di come questa terra abbia tante potenzialità non espresse, ma che sopratutto ci sono troppe feste della birra e che ci vorrebbe una legge provinciale che le proibisca a favore delle feste del vino. Tutto mentre sorseggiamo un Beck’s ai piedi delle scale dell’ingresso del castello (un po’ in contraddizione). 
A quel punto i segnali da Castelfranci si fanno più forti, uniscono al rock lo splendido vino castellese che farebbe coppia con la soppressata frigetina nel cofano della già citata “Bravo” di Antonella. Decidiamo allora di andare, scendendo la lunga scalinata che caratterizza Gesualdo.
Tra le curve fino a Castelfranci, discutiamo del più e del meno, di progetti e idee (come mio solito), della necessità di ritornare alla terra. Dibattiamo sul come questi paesi torneranno indietro e sulla necessità di più internet e digitale. Velocemente arriviamo al fresco del Calore (il fiume) di Castelfranci. Nemmeno il tempo di capire dove siamo, chi si esibisce sul palco che Luisa, in compagnia di Marica arriva dicendoci che non bisogna perdere tempo, ci carica di vino e ci indica i tavoli. La serata si prospetta buona. 
La location è di tutto rispetto, il rock in sottofondo anche, notiamo subito che in basso c’è un gran bel posto dove arrampicarsi e sbirciare angoli nascosti di questa località Castellese.  
Dopo qualche bicchiere del sempre ottimo vino di “Castiello” e della buonissima soppressata mangiata in compagnia di chiunque, tra Felicia, Lucrezia, Luca, Francesco e tanti altri decidiamo che è possibile fare il salto nel fiume. 
Colori del Calore

Ci arrampichiamo e le foto sono delle più assurde, ma anche lo spettacolo non è male. Salti d’acqua misti a luci ci fanno scoprire un luogo che non pensavamo potesse avere queste caratteristiche. Eppure penso che di giorno sia ancora meglio, sicuramente potremo pensare di ritornarci in un pomeriggio di questa estate, anche se non si sta presentando caldissima. Metto l’appuntamento nella check list delle cose da fare. 

Risate e sorrisi, pensieri e curiosità sul posto chiudono una serata che, oltre alla musica in sottofondo, mi ha portato a trovare un angolo irpino di tutto rispetto, oltre a prodotti di questa zona che ho già citato troppe volte: è evidente che mi sono piaciuti? 
Le premesse per il #MyIrpiniaTour sono più che ottime, e a quanto pare, non so come continuerà e dove arriverà, né per dove passerà. 
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Questa Bruxelles, centro dell’Europa e di tutto.

Non è che non voglia più scrivere di viaggi, ma questa volta Bruxelles è stata fantastica ed è proprio l’occasione giusta per riprendere questa rubrica e questo progetto, anche se il tempo a disposizione è sempre meno, e i viaggi sempre più. Dall’Europa all’Irpinia andata e ritorno, questo è il filo conduttore di questa sezione che allora voglio riprendere ripartendo dall’Europa e dalla sua capitale: Bruxelles.


Poi le Pigeon, casa dei pittori abitata da Victor Hugo, La Luove, le Cornet, le Renard, edifici in circolo tutt’intorno alla piazza. Bisogna solo scegliere. Bruxelles infatti è una piccola e “pericolosa” scatola di cioccolatini nel vero senso della parola. La cioccolata, la birra belga, le cozze e le istituzioni europee i gusti da provare. Dopo la piazza che hai trovato facilmente diventa inevitabile cercare un bimbo, quello che hai visto in molte bacheche delle case dei tuoi parenti, simbolo indiscusso della città: il Manneken Pis. Tutti pensano sia una statua al centro di una piazza da trovare in un secondo, ed invece la sua ricerca sarà una vera e propria caccia al tesoro. Per trovarlo perciò ti servirà un po ‘di fortuna, quindi conviene strofinare la mano sulla statua di Everard ‘t Sercleaes, si dice porti fortuna sotto i portali, in un vicolo della Grand Place in cui ti infilerai.

Questa è la capitale di tutti noi, tutti noi dovremmo visitarla un po’ come La Mecca europea, non degli euro-scettici però. Qui l’Europa la respiri per davvero non solo perché il clima è tutti i giorni quello di una città che ruota intorno alla bandiera blu a 12 stelle, ma sopratutto perché qui ci trovi tutti i 28 paesi che compongono questa Comunità. In strada, mentre passeggi verso il centro ti rendi conto di esserti catapultato nel mondo della diversità unita che si mischia con lo stupore che la città ti trasmette. Arrivato non puoi perderti, la Grand Place è al centro, ti aiuta ed essere trovata.
Dall’alto dei sui 90 metri San Michele che uccide il drago ti guida come una stella cometa, ed è la prima cosa che vuoi vedere, inspiegabilmente e velocemente, con le tue gambe che vanno li da sole. E quando ci arrivi non puoi che notare le bocche aperte dei turisti e gli occhi sbarrati dietro le macchinette fotografiche di chi c’è, nella piazza più bella d’Europa probabilmente: la Grand Place.
La piazza è un insieme di edifici incantevoli che a ruotar intorno per vederli gira la testa, noti subito il palazzo principale asimmetrico con la torre centrale che in realtà non è al centro, con il lato sinistro del palazzo più lungo di quello destro, risultato del lavoro di un architetto che poi ha fatto una brutta fine, ma che oggi è ricordato per questo anche se il nome è sconosciuto. I colori che ti girano nelle orbite degli occhi quando sei al centro della piazza ti gireranno per un bel po’ nella mente, provando a convincerti che quando sarai a casa non potrai più cancellare quelle immagini dal tuo cervello.
parlamentarium
Dopo svariate richieste di aiuto, tra mappe, domande e tabelle, lo troverai in un angolo, sorridente a sbeffeggiarti con il suo sorriso sarcastico, lì dove lo hanno trovato a fare la pipì durante un’incendio che colpì la città qualche anno fa. E se sarai resterai enormemente deluso.
Ma Bruxelles è sorprese in continuazione, sorprese di sapori che le migliaia di birre nascoste nei pub ti possono riservare tra quattro mura tappezzate di sottobicchieri o vassoi, quelle dei migliaia di gusti che puoi trovare nelle cioccolaterie, ma sopratutto sorprese dagli incontri ai banconi che puoi fare in ogni istante con qualsiasi tipologia di nazionalità, spesso lavoratori negli uffici parlamentari. Bruxelles è infatti l’Europa in ogni senso. Quindi non si può non passare per la città europea dove puoi vivere e vedere tutto sulle istituzioni blu.
Una vera e propria città istituzionale dove gente in cravatta discute in tante lingue diverse, dove anche l’aria che respiri sembra voglia dirti che in queste sedi si sta costruendo qualcosa di grande per il nostro continente, che sta garantendo da decenni pace e prosperità ad un territorio martoriato dalla guerre nella storia. Il Parlamento Europeo è facilmente accessibile, tutte le bandiere infilate in ordine alfabetico in lingua madre di ogni paese un’emozione da fotografia. Il Parlamentarium poi, un museo altamente interattivo che ci racconta come siamo arrivati ad oggi a mettere insieme 28 paesi diversi. Qui potresti facilmente perderti tra i curriculum dei parlamentari e tra i migliaia di video che raccontano questo straordinario processo, immerso in un blu che sembra darti alla testa, in una trasparenze che noi italiani dovremmo apprendere.
Ma Bruxelles è sopratutto l’idea di un mondo che è possibile, un sogno che ognuno deve avere, nel nome di un progetto, pensato da Schuman che io in particolare non smetterò mai di amare. Come ogni buon visitatore di Bruxelles non potrà fare dopo averla vista.
Decisamente destinazione EST EST EST.

La mia (dis)avventura in digitale. Il futuro è sempre più smart.

L’avvento del digitale divide molti e crea dibattiti soprattutto in materia di privacy e sul pericolo della generazione di un “grande fratello” globale. A mio avviso ciò è inevitabile. E’ inevitabile che useremo i Google Glass, che impareremo ad acquistare su internet, a essere sempre più integrati nei social e di conseguenza più visibili. E’ una rivoluzione, e come tale non è possibile fermarla. E’ una rivoluzione soprattutto culturale che non si può insegnare nelle scuole.
cellulari_gettyLe rivoluzioni a volte migliorano le società e a mio parere questa digitale è senza dubbio quella che porterà i migliori vantaggi. Ecco perchè con un esempio: giovedì ero a Bruxelles e al momento della partenza mi viene cancellato il volo. Vengo dirottato su Pisa invece che su Roma Ciampino. Cambio il biglietto e parto. Nel frattempo prendo il mio smartphone e prenoto lo shuttle da Pisa a Firenze. Ore 21.05. Atterrato sotto la pioggia entro nell’autobus, mostro la ricevuta elettronica e mi siedo. 70 minuti per verificare la disponibilità di un treno da Firenze a Roma. Apro “Locomotimes” e verifico che non c’è disponibilità prima delle 5.50 del mattino successivo. Ilmeteo.it mi dice intanto che a Roma sta venendo giù il finimondo. Allora con booking.com (sempre l’app) prenoto un albergo nei pressi di Firenze (Santa Maria Novella) e decido di passarci la notte e ripartire alla volta di Ciampino il giorno successivo. I miei familiari sono costantemente informati sui miei spostamenti grazie ai miei continui check-in su Foursquare e alle foto dei cibi che consumo postati su Facebook. A Firenze non mi arrendo e provo a risparmiare qualcosa sul trasferimento a Roma e mi viene in mente BlaBlacar. Ore 22.30. Trovo un passaggio grazie a Mario che la mattina seguente parte da Firenze e arriva a Napoli passando per Roma Ciampino. Costo 20 euro anzichè i 43 del Frecciarossa. Dopo aver preso posto nella pensioncina in piazza Santa Maria Novella, (euro 24 per due), alle ore 23.00 mi vien voglia di una bella focaccia. Sono in Toscana, tanto vale approfittare.
Geolocalizzato con Foursquare trovo la focacceria più vicina con ottime recensioni dei frequentatori. Mangio e ritorno a letto. La mattina seguente le notizie che scorrono su Twitter non sono delle migliori in merito al maltempo che sta flagellando la capitale, e mentre siamo in auto con l’amico Mario, Waze, applicazione che aggiorna sulle condizioni e le avversità della strada sulla base degli aggiornamenti degli utenti, ci avvisa che lo svincolo di Roma Nord è chiuso e che bisogna uscire e fare un percorso alternativo, che Waze ovviamente ci suggerisce. Nel frattempo provvedo anche a segnalare, per tutti gli altri, i punti in cui piove e c’è il rischio di acquaplaning. Ricevo informazioni e le do, su questo si basa la rete e quest’app.
 Saluto Mario con la promessa di un’ottima recensione su BlaBlacar (le recensioni sono la linfa che fa vivere questi metodi), pago e lo ringrazio. In questo ultimo tratto di strada sfrutto Google Maps come navigatore per tornare fino a casa e non riesco però a non telefonare per chiedere che tipo di pranzo troverò al mio rientro. Le mamme amano ancora il telefono.
google-mapsTutto ciò quanto sarebbe stato possibile solo 10 anni fa? Quanto l’avvento del digitale e questi strumenti genereranno un profondo cambiamento culturale? Credo sia un grande mix che ci permetterà di vivere sempre meglio, sempre più informati e sempre più liberi di scegliere e risolvere problematiche e imprevisti che prima era molto più difficile affrontare.
 Questo esempio racconta i molteplici vantaggi dell’applicazione delle tecnologie e dell’avvento del digitale nelle nostre vite:
  • open data, più informazioni abbiamo, maggiori saranno i risparmi in termini economici;
  • rapidità di presa delle decisioni;
  • autonomia e disintermediazione;
  • risparmio;
  • visibilità gratuita;
  • migliore comunicazione;
  • flessibilità.
 Pensateci alberghi, liberi professionisti, pubbliche amministrazioni, politici, aziende di trasporto, negozianti. Pensateci tutti. Se affrontiamo e usufruiamo di questa rivoluzione digitale quanti vantaggi potreste avere nel vostro quotidiano, nella vostra professione, per la vostra struttura? Pensateci e agite.
P.s.: Questa avventura l’ho vissuta con il mio caro amico Enrico Luce, con il quale rientravamo da una conferenza sul programma europeo “Europa Cultura Creativa” da Bruxelles.

La valigia, i Sogni, un biglietto per restare


Quando ero piccolo sognavo di diventare grande, senza pensare che nello scorrere della vita questo sogno si sarebbe invertito.

Una vita piena di sogni la mia. Quando ripenso alla mia infanzia infatti, mi accorgo che i miei sogni erano tanti, ma semplici: potermi comprare un super santos, completare l’album della Panini, fare la gita scolastica di fine anno a Pompei.

Sognavo con i miei amici in maniera innocente di potermi comprare le scarpe nuove della Lotto, quelle che la mamma poi non ti faceva mettere per andare a giocare a pallone nel parcheggio. Il mio sogno nel classico tema delle scuole elementari poi, quello del «che vuoi fare da grande», era solo di diventare forte e bravo come mio padre, di poterlo emulare nel suo modo di fare e nel mestiere che ritenevo già di conoscere, ma che dicevo di non riuscire a fare solo perché non ne avevo la sua stessa forza fisica.
Quel mestiere, il suo, che mi ha dato poi tanti sogni e me li ha anche realizzati.

Sognavo a 17 anni di poter sapere tutto, di studiare e viaggiare, di vedere gente e incontrare popoli, di assaggiare cibi strani e pensavo di poter fare un mestiere che mettesse insieme queste cose. Sognavo però anche di dover fare qualcosa che nessuno aveva mai fatto, di studiare qualcosa di unico che nessuno conosceva bene. Allora il turismo. Dieci anni fa, scelta azzardata.
Un sogno nel cassetto realizzato. Con la laurea in mano guardavo San Gerardo che tanti pellegrini porta, e sognavo di avere un futuro roseo, sicuro sotto le sue braccia. Sognavo con gli occhi di un neolaureato pieno di speranze. L’università però nel frattempo mi aveva dato i sogni di  un adulto. Cambiare il un qualche modo il mondo, nel mio piccolo. Pensare alle soluzioni per i problemi dei giovani come me, soluzioni spesso inascoltate, un po’ come le scarpe della Lotto che non potevi mettere per giocare a pallone. Avercele ma non utilizzarle.
Un sogno immenso che perdura ancora oggi. Un sogno che mi ha legato fortemente alla mia terra alla quale mi sono concesso completamente per tanti anni post universitari, che mi ha coinvolto e spesso deluso, un sogno ancora vivo oggi che non  abbandono. Sogno infatti di poter vivere la mia terra pienamente, come se tutto quello che l’affligge non esistesse. Come se i miei sogni da universitario dopo anni non fossero ancora cambiati.
Nonostante la realtà sia molto diversa continuo a sognare, a 30 anni, il completamento dell’album della Panini per me nella mia terra. Completarlo significherebbe restarci e viverci, anche se spesso ne sono lontano per tentare di realizzare dei sogni che forse oggi non posso più permettermi.
Continuo a sognare di non aver bisogno di nessuno per costruirmi un futuro. Sogno un futuro in cui le possibilità siano di tutti, anche di chi come me non vuole chiedere favori, ma solo avere quel super santos che tutto sommato da piccolo alla fine la mamma mi comprava. E che forse merito. Sono certo, infatti, che la mia mamma Terra me lo regalerà.